Non so se vi ricorda qualcosa la data del 15 febbraio 2003. Gli Stati Uniti stavano per invadere l’Iraq, e il mondo si mise in cammino. Erano state più di seicento le città in tutto il mondo dove, sabato 15 febbraio, si sono svolte manifestazioni pacifiche contro la guerra e sono state più di 110 milioni le persone che vi hanno preso parte. Manifestazioni diverse, come partecipazione e composizione, ma che hanno sicuramente inviato un unico forte segnale ai signori della Terra.
Come siamo arrivati ai 110 milioni di persone in cammino per la pace del 15 febbraio 2003, la più grande manifestazione di tutti i tempi?
Proviamo a fare un po’ di storia, forse ci aiuta a capire.Camminare e pacifismo sono legati già con Gandhi, il fondatore del pellegrinaggio politico, con la famosa “Marcia del sale” di 200 miglia nel 1930, quando egli stesso e molti abitanti dell’interno camminarono fino al mare per procurarsi da soli il sale, in violazione della legge e del sistema britannico.
Nel 1953 una donna non più giovane, che cambiò il suo nome in Pellegrina della Pace, si mise in cammino facendo voto di “continuare a camminare finchè il genere umano avesse imparato la via della pace”. Si era allenata camminando i 3000 km dell’Appalachian Trail. Camminò per 9 anni, con tutti i tempi, per tutti gli stati americani, il Canada e il Messico. Percorse 40.000 km in nome della pace. Dopodichè continuò regolarmente le marce per la pace per tutta la vita. Morì nel 1981.
Aldo Capitini dette vita a una marcia per la pace da Perugia ad Assisi nel 1961, collegando San Francesco a Gandhi, e fu accusato di essere manovrato dai comunisti e di fare la “marcia dei vegetariani”. Commentava “Il Borghese” quell’anno, parlando della prima edizione: “Ripensandoci, a conti fatti, tra vegetariani e baluba preferiamo i secondi”. Ma la Marica Perugia-Assisi ancora si fa, ed è una delle camminate più conosciute: sono 24 chilometri, percorsa ogni anno da giovani e non più giovani, una festa colorata.
Martin Luther King marciava per i diritti civili e per la libertà, accompagnato da migliaia di giovani. La prima marcia fu quella di Pasqua del 1963, e Luther King fu arrestato insieme a centinaia di persone. Alla seconda marcia, due mesi dopo, cariche della polizia, e 900 arresti. Ma questo non fermò quel movimento di rivendicazione dei diritti dei neri, tra il politico e il religioso (durante le marce si cantava I Want Jesus to Walk with me, voglio che Gesù cammini con me), nemmeno con l’omicidio di Luther King. Le madri della Plaza de Mayo camminano da anni per sapere la verità: nel 1977 quattordici madri si presentarono nella piazza al centro di Buenos Aires simbolo dell’indipendenza argentina. Ma c’era il divieto di stare seduti perché si profilava il reato di assemblea pubblica illegale. Allora si misero a camminare al centro della piazza. Ancora oggi camminano, 30 anni dopo, per sapere, per manifestare il loro dolore, per rivendicare giustizia.
E come dimenticare il 1989? L’anno non cominciò sotto i migliori auspici, se il marciare per la libertà in Cina si concluse con il bagno di sangue di Tienanmen a Pechino, un monito per ricordare che non sempre le marce e le appropriazioni del suolo pubblico producono i risultati sperati (altro monito, più recente, è stato quello del G8 a Genova); ma poi qualcosa quell’anno cambiò, la nonviolenza e i diritti umani si erano affermati come valori in tutti i paesi dell’Est, e le rivolte di quartiere furono sostituite con le marce nei viali. In Ungheria, in Germania orientale e in Cecoslovacchia la storia fu fatta nelle strade: da principio furono prese misure repressive, e a Berlino Est perfino la libertà quotidiana di camminare per la città era stata criminalizzata. Poi le manifestazioni spontanee crebbero, e nessuno riuscì più a fermarle, fino al 9 novembre, giorno in cui anche il Muro di Berlino cadde.
E nel 1991 la prima guerra del Golfo portò a camminare per la pace tanti di noi. Come è successo ancora più in grande nel 2003, le marce per la pace nacquero in modo spontaneo, in tutto il mondo. Si camminava in ogni città, con fiaccolate notturne. Oggi la protesta stradale, l’occupazione illegale di suolo pubblico, ha preso anche altre forme, per rivendicare la qualità della vita delle nostre città: Reclaim the Streets e Critical Mass sono due forme di protesta simili, dove in maniera semi spontanea si occupa per un tempo determinato una parte della città per impedire alle macchine di girare, facendo festa, camminando, andando in bicicletta. Critical Mass, è nata nel 1992 a San Francisco, e comporta l’occupazione pacifica di importanti nodi stradali con le biciclette. Alcuni ciclisti indossano magliette con scritte tipo “Un’auto in meno”. Alcuni camminatori, simpaticamente, accompagnano la protesta indossando magliette con la scritta “Una bici in meno”. Reclaim the Streets è nata nel 1995 a Birmingham con un gesto di rivolta, divertirsi insieme in mezzo alla strada. Reclaim the streets ha insegnato che le marce, qualunque obiettivo abbiano, sono anche rivendicazioni dello spazio pubblico, occasioni per camminare insieme e fare festa (ecco le famose bande di ottoni messe in piedi da tanti centri sociali per queste occasioni…).
In conclusione, lo strumento del camminare, da pellegrinaggio spirituale e interiore come era stato fino ad allora in molte parti del mondo (Santiago di Compostela, India, Giappone), diventa con Gandhi strumento di rivendicazione politica. Camminare e pace sono due entità parallele, due modi di vivere convergenti, molto più difficile vedere una connessione tra camminare e guerra, o tra pace e mezzi di trasporto quali aerei, navi, automobili…
100 milioni di persone in cammino contro l’invasione dell’Iraq non hanno fermato le bombe e la violenza, e quindi apparentemente hanno fallito. Ma quelle persone hanno portato un seme, e prima si deve seminare, 100 milioni di semi hanno cominciato a nascere, a germogliare, qualche piantina è morta, ma molte vivranno, i segnali positivi ci sono! Basta saperli leggere, basta saperli valorizzare, basta saperli camminare!
Per saperne di più:
– Rebecca Solnit “Storia del camminare” Bruno Mondadori, 2002

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