La prosa di Luca Gianotti ha il ritmo umano e cadenzato dei passi in cammino: la prosa ha la forma insieme intima e rigorosa di una lettera, perché il racconto si rivolge alla seconda persona del protagonista, come a verificare ad ogni periodo, con attenzione, l’appoggio del piede, l’energia della spinta, il rigore della parola scritta.

La voce dell’autore dialoga con altre voci, accoglie passi di altre scritture, che si muovono nello spazio della storia, della letteratura, del giornalismo: voci che sono giustapposte con grazia, ad offrire un affresco del discorso complessivo dedicato al terremoto della Marsica, elaborato in 100 anni di storia, e vasto come tutti i chilometri che uniscono questo luogo, fra nord e sud, nella parte remota della coscienza di un paese, con il New York Times, con altri eventi sismici ed altri racconti umani, intellettuali come Wu Ming 2 e Ignazio Silone, le domande incessanti degli uomini sul loro essere animali, sul loro essere umani, sul loro essere in movimento, sul loro fronteggiare la paura della crisi che tutto stravolge, in trenta secondi, che sia il terremoto o la paura, il terremoto del cuore. E’ il presente ad essere raccontato, ad ampio giro, come il periplo a spirale del viaggio, che unisce in 15 giorni di cammino i luoghi storici colpiti dal terremoto del 1915 in Abruzzo.

Questo ritmo dinamico che unisce ieri e domani, adesso e mai più, è quello di un camminatore scrittore, capace di vivere un presente  narrativo che dà corpo ad un racconto coerente, con andatura costante, gradevole,  garbatamente ribelle, tenacemente spinto dal desiderio di capire, di conoscere, di ricostruire senza semplificazioni, di ricordare senza pietismi, di andare avanti con la consapevolezza che anche l’identità è un elemento in divenire, oggetto e soggetto di conquista. Le risorse del binomio fra cultura e cammino a piedi, sono fuse nell’esperienza raccontata, che è di unità fra intelletto, cuore e corpo e che offre un modello possibile di recupero di una misura umana del proprio andare. Una misura umana che gioca con le storie, non teme i lupi perché della natura si fida, come dice Gianotti, ma passeggia fra lupi insieme archetipici, autentici e cinematografici perché sa che l’orizzonte del paesaggio umano è questo insieme di memoria, sogno e presente che l’immaginario collettivo nella letteratura riesce a tracciare, nei percorsi delle parole, invitando ad altri cammini aperti, ad altri passi.

Lo sguardo di Gianotti, che cammina rispettosamente in un territorio, quello abruzzese, che non è il suo, si giova di questa estraneità, e mi ricorda la modalità dello “straniero partecipante”, definizione che Lapassade utilizza nel suo Mito dell’adulto, come modalità di uno sguardo obliquo capace di cogliere visioni non rese opache dall’abitudine. E se “adultus” significa etimologicamente terminato, finito, allora il cammino di Gianotti, la cultura del cammino, contiene una cifra rivoluzionaria che si offre come risorsa per la vera e propria urgenza pedagogica di una “riconnessione”, uno dei temi centrali della riflessione sull’immaginario dell’esperienza e della crescita all’aperto, outdoor education. L’orizzonte vasto del camminatore e del narratore sono inviti ad alzare lo sguardo dai tablet e dai computer e accettare la costitutiva incompiutezza dell’uomo per viverla nella sua pienezza, in ascolto dell’anima mundi per recuperare le connessioni fra voci, persone, storie, luoghi, memorie, sorrisi, desideri e sogni indispensabili per costruire il domani.

Marcella Terrusi
Docente di Letteratura Università di Bologna

 

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