» Sommario delle recensioni

Felice Benuzzi – “Fuga sul Kenya”, Corbaccio 2012
Questo libro avrei dovuto leggerlo molti anni fa. Ero un giovane amante della montagna e mi convinsi si dovesse fare qualcosa per difenderla. Nessuno pensava alle montagne lassù. Nacque Mountain Wilderness, associazione di alpinisti in difesa della montagna. tra i fondatori proprio Felice Benuzzi, autore di “Fuga sul Kenya”. Ma io non lo conobbi.
Felice Benuzzi, Fuga sul Kenya, Corbaccio, 2012Conobbi invece la moglie Stefania, entrando nel direttivo nazionale di Mountain Wilderness, insieme a Betto Pinelli, Fausto De Stefani, Stefano Ardito, Alessandro Gogna e altri.
Stefania Benuzzi era donna un po’ acciaccata nel fisico, ma piena di energia da dedicare a questa associazione, anche per la dedizione verso lo scomparso marito. Donna gentilissima e disponibile, sempre attenta a tutti, anche a noi giovani, umile come solo le donne ricche di cuore sanno essere.
Ma a me questa storia del marito scappato nel 1943 da un campo di concentramento in Africa per salire il Monte Kenya non mi interessava, per un giovane impegnato sul futuro questa era una storia da passato remoto, la solita storia di guerra, di eroi.
Anni dopo il mio amico Manuel Lugli andò sul monte Kenya insieme a Betto Pinelli e Fausto de Stefani per girare un documentario che ricostruiva la vicenda. Cominciai a incuriosirmi.
Ma solo ora, grazie alla ripubblicazione del libro nella collana Exploits di Corbaccio, l’ho potuto leggere.
E il libro colpisce. Si capisce perché nei paesi anglosassoni sia un bestseller da cinquant’anni.
Intanto Felice Benuzzi era uomo colto e scriveva senza retorica alcuna. Scordatevi la retorica degli anni quaranta. Il suo gesto, scappare dal campo di prigionia, insieme a due compagni, per scalare il Monte Kenya e poi riconsegnarsi agli inglesi, sapendo della punizione che li aspettava, è dettato da voglia di libertà. È una sfida. Ma ancor più sfogo di energie represse. “Occorreva fare, fare, fare” scrive Benuzzi impaziente di tentare la sua avventura. Si può studiare la psicologia dell’alpinista leggendo Benuzzi. La psicologia dell’alpinista vero, quello anti-eroico, che lo fa per sé, non per chi guarda.
La parte iniziale del libro, in cui Benuzzi racconta gli otto mesi di preparazione della fuga, la scelta dei due compagni, la costruzione di ramponi e piccozze partendo da pezzi di ferro, di corde partendo da reti di brandine, lo studio del percorso guardando la montagna da lontanissimo e guardando l’etichetta di una scatola di sardine, tutta questa parte è affascinante, la storia di un sogno che vuol diventare realtà.
È importante raccontare che anche Wu Ming 1, insieme a Roberto Santachiara, sta lavorando a un libro (o, meglio, un “oggetto narrativo non identificato”, come lo chiamano loro) su questa storia, e insieme sono andati sul monte Kenya per vedere da vicino, cosa che fanno anche molti anglosassoni lettori del libro, del resto. Leggete questo testo di Wu Ming 1, per saperne di più.
Cara Stefania Benuzzi, ho saputo hai compiuto novantasei anni ma ancora giri qua e là per occuparti delle tue passioni. Se per caso leggerai queste mie righe, con questa mia faccio ammenda, a nome mio e dei giovani di oggi e di ieri, che alle storie vecchie, alle storie di guerra, danno poca importanza. E, insieme al saluto pieno dell’affetto che ho sempre provato nei tuoi confronti, questa volta aggiungo la stima per tuo marito Felice, per la sua opera, per la sua libertà mentale, e per la tua capacità di averne portato il nome nel mondo per tanto tempo. Grazie
(Stefania Benuzzi è mancata due mesi dopo aver pubblicato la mia recensione, il 12 maggio 2013, a lei va il mio ricordo affettuoso)


 

Ralph Waldo Emerson, Henry David Thoreau – “La semplice verità”, Piano B 2012
“Ogni uomo è invincibile ogni volta che dice la semplice verità” dice Emerson, e da qui viene il titolo di questo libro.
Ralph Waldo Emerson, Henry David Thoreau – La semplice verità, Piano B 2012È uscito qualche mese fa il libro ”La semplice verità. I diari inediti” a cura di Stefano Paolucci: contiene una selezione dei diari inediti dei due grandi filosofi e pensatori statunitensi Ralph Waldo Emerson ed Henry David Thoreau, autori dei quali Paolucci è un esperto. Il libro raccoglie i lori pensieri dalla gioventù alla morte, e ci consente di seguirne l’evoluzione del pensiero.
Henry David Thoreau, filosofo e scrittore statunitense, vegetariano, che dal 1845 al 1847 visse in una capanna auto-costruita presso il lago di Walden, dedicando due anni di vita nel cercare un rapporto intimo con la natura e insieme ritrovare sé stesso, in una società che non rappresentava ai suoi occhi i veri valori da seguire, ma solo l’utile economico. Al contrario Thoreau diceva “un uomo è ricco in proporzione al numero di cose di cui può permettersi di poter fare a meno”. E “Piuttosto che amore, denaro o fama datemi la verità” che è una delle frasi più famose di Thoreau, citata anche nel film “Into the Wild”. Frase contenuta in “Walden”, libro che vi consigliamo nell’edizione di Donzelli con la prefazione del grande Wu Ming 2.
Thoreau è anche l’autore di un importante testo sulla disubbidienza civile e di “Camminare”, libro manifesto di noi camminatori.
Questo “La semplice verità” però contiene anche molti testi di Ralf Waldo Emerson, altro intellettuale sensibile alla Natura (“Natura” è anche il titolo di un suo libro famoso), e questi diari inediti sono piccole e grandi perle di saggezza da gustare con calma.
Stefano Paolucci è stato intervistato da Fahrenheit, ecco il podcast


 

Riccardo Finelli – “Coi binari fra le nuvole”, Neo edizioni 2012
Leggendo il libro di Riccardo Finelli Coi binari fra le nuvole viene voglia di partire. Camminando sui binari. Ho camminato in ogni tipo di situazione, nel deserto del Sahara, sul ghiacciaio Vatnajokull, in Patagonia, sulle tracce di Coi binari fra le nuvole, Riccardo Finelli, Neoantichi pellegrini e in aree selvagge senza sentieri. Ma non ho mai camminato su una ferrovia. Ancora attiva, anche se non circolano più treni. Perché la tragedia che si sta compiendo in silenzio in Italia è proprio questa: si sta abbandonando, dismettendo, un patrimonio inestimabile, ferrovie che hanno più di cento anni che collegavano il nostro paese per il lungo e per il largo. Negli ultimi anni è una strage.
Il bel libro di Finelli, giornalista di Modena e scrittore capace, racconta di come lui e un amico abbiano camminato quattro giorni da Sulmona a Carpinone, tra Abruzzo e Molise, su una ferrovia che era un gioiello, passava in quota a quasi 1400 metri, e in inverno erano avventure e muri di neve all’uscita delle gallerie. Finelli cammina imparando da subito il passo dell’anatra che consente di non distruggersi i piedi tra binari e sassi di riempimento. Il racconto dei quattro giorni di cammino è appassionante, anche se il tempo atmosferico che trovano è inclemente. L’autore cammina per raccontare la storia, incontrando vecchi ferrovieri in pensione, o persone che su quella ferrovia hanno passato una vita. Cammina raccontando anche il dolore di quei luoghi, delle amministrazioni locali, della gente, dei ferrovieri, per la prematura chiusura di una ferrovia che in un altro paese sarebbe diventata attrazione turistica. Finelli sfida le leggi e le regole: attenzione a voler ripercorrere le sue orme perché è vietato camminare sulle ferrovie che ancora vengono mantenute in efficienza in attesa di un eventuale (seppur improbabile) recupero. Però c’è da augurarselo, che il mondo giri in modo diverso, e invece che costruire la TAV si riaprano le vecchie ferrovie dismesse… libri come questo sono manifesti per un mondo diverso.
Potete anche vedere alcuni video del loro cammino, su YouTube.


 

Enrico Brizzi – “La legge della giungla”, Editori Laterza 2012
Come nasce uno scrittore? Come nasce un camminatore? Nel caso di Enrico Brizzi le due hanno una stessa origine. Tutto nasce dai boy scout. Si, proprio i boy scout, i tanto vituperati, derisi, ma anche tanto amati, “scau” come li chiama il giovin Brizzi in questa divertente autobiografia.
Enrico Brizzi, La legge della giungla, Laterza 2012Il libro ci parla del “cinno” Enrico e della sua educazione nella Bologna di fine anni settanta primi anni ottanta. Ci racconta quel mondo visto dagli occhi di un bambino. Un bambino che non vede l’ora di diventare scout, e quando lo diventa deve scegliere un argomento in cui specializzarsi, e sceglie la specialità di “giornalista”; ecco allora che con l’aiuto del padre professore prepara, scrive e impagina il giornalino del suo reparto. Da qui l’occhio gli si fa attento a osservare dall’esterno le persone e le situazioni che sta vivendo, ed ecco nascere lo scrittore.
Il passaggio da boy scout a camminatori adulti è una esperienza più condivisa: quanti di noi camminatori vantano un passato scout? Tanti. Magari nell’adolescenza abbiamo rifiutato quel mondo, quel contatto con la natura. Per poi riscoprire da adulti quel bisogno seppellito di natura, di avventura, di scoprire il mondo camminando.
Ora Enrico Brizzi ha deciso di provarsi nel ruolo di accompagnatore di alcuni cammini, con lo spirito giovanile e entusiasta di un capo reparto. Lasciatevi accompagnare da lui sulle orme dell’anarchico Lazzaretti in Amiata oppure come foste Psicoatleti (gli scout diventati adulti) nelle Foreste Casentinesi, e per prepararvi all’esperienza leggete senz’altro La legge della giungla.


 

Fabrizio Pistoni – “Elogio del limite”, Ediciclo 2012
È inusuale per noi recensire libri che parlano di una corsa, vista la nostra predilezione per il movimento lento. Ma questo libro “Elogio del limite” Fabrizio Pistoni, Elogio del limite, Ediciclo 2012pubblicato da Ediciclo ha aspetti molto interessanti. È avvincente. Riesce a raccontare una corsa a piedi minuto per minuto senza annoiare. Sembra impossibile. Ma Fabrizio Pistoni, alla sua prima editoriale, scrive bene.
Con stile da flusso di coscienza, un libro che è una tirata unica, senza capitoli, dal primo minuto di corsa all’ultimo. Una corsa pazzesca, estenuante, la Tor des Geants, 330 chilometri di montagna in Valle d’Aosta, sono circa cento ore di corsa, quattro giorni e quattro notti. E Fabrizio Pistoni la affronta da novizio, parte piano, osserva quello che avviene fuori e dentro di lui, ha momenti di entusiasmo ma anche crisi psico-fisiche, sa dosare le forze seppur sempre vicino al limite, dorme pochissimo (una decina di ore in quattro giorni), si diverte nel gioco delle rincorse, in una gara così lunga ci si sorpassa tante volte, e lui finisce in modo epico, sorpassando tanti altri concorrenti più forti di lui e arrivando commosso al traguardo ventiquattro ore dopo i primi, ma col sostegno di moglie e genitori ad aspettarlo all’arrivo.
Fabrizio Pistoni, classe 1963, titolare di uno storico negozio di casalinghi a Ivrea, ha concluso l’edizione del 2010 al ventesimo posto, un risultato insperato.
Pagina dopo pagina, passo dopo passo, Pistoni accompagna il lettore con sé tra sentieri, tornanti, colli, finestre. Nella notte, con la paura del buio e la frontale che si spegne.
Tanti camminatori sono anche appassionati di corse lunghe, maratone o trail running, questo libro è per loro. L’elogio del limite del titolo è quell’euforia che ci viene dal vedere che siamo in grado di fare più di quanto avremmo mai potuto immaginare: “sono proprio io questo che sta facendo questa impresa?”. Questo ci dà forza, ci aiuta a trovare l’autostima per vivere bene anche la nostra quotidianità. Ed ecco che lo spingersi ai limiti acquista un senso profondo.


 

Sarah Gregg, Bruno Petriccione – “Regio Tratturo Pescasseroli Candela. Il trekking”, Edizioni SER 2012
238 chilometri di sviluppo, il trekking lungo l’antico Tratturo Pescasseroli-Candela non presenta particolari difficoltà e attraversa ben quattro regioni (Abruzzo, Molise, Campania, Puglia) in 15 giorni di cammino. Sarah Gregg e Bruno Petriccione hanno scritto una guida dettagliata, la prima dedicata in Italia al recupero di un tratturo al camminare. Ho conosciuto personalmente Bruno e posso garantire sulla sua meticolosa precisione. È una guida fatta con dovizia e passione, contiene tutti i dati necessari, la storia, introduce alla cultura pastorale, ci sono le mappe con distanze intermedie precise, l’elenco dei punti d’appoggio, come localizzare le tracce dell’antico tratturo. Un servizio di qualità è anche quello di mettere a disposizione gratuita le tracce GPS dell’intero percorso: è sufficiente seguire le istruzioni sul sito internet della casa editrice.
I consigli degli autori sono tutti da sottoscrivere: affrontare il percorso a ritmi lenti per godere della natura e del contatto con la storia; affrontare il Tratturo in un unico cammino, per viverne la magia; scegliere il periodo in cui si svolgeva la transumanza in passato, aprile/maggio e fine settembre; dotarsi di una pecorella di peluche da attaccare allo zaino e da accompagnare in transumanza.


 

Franco Grosso – “Il Cammino di San Carlo”, Tipografia Botalla 2011
Camminare sulle orme dei santi. Questa volta vi presentiamo un cammino nato dalla volontà di un appassionato, Franco Grosso, come spesso accade. Sulle orme di San Carlo Borromeo. Grosso ha collegato i luoghi importanti della vita di San Carlo, Arona, dove è nato, i tre Sacri Monti piemontesi, Orta, Varallo e Oropa, iscritti dall’Unesco nel Patrimonio dell’Umanità, per dodici giorni di cammino fino a incontrare la Via Francigena a Viverone.
Un cammino di circa 200 chilometri che attraversa cinque province del Piemonte (Novara, Vercelli, Verbania, Biella e Torino), e coniuga natura, cultura e fede. Il territorio è pieno di chiese, dipinti, immagini sacre dedicate al santo Borromeo: già dopo soli 20 anni dalla sua morte, a soli 46 anni, il culto divenne forte, e nei luoghi del passaggio di Carlo si lavorava per costruirne il ricordo.
L’ultima tappa passa dalla comunità di Bova, fondata da Enzo Bianchi, il luogo merita una visita, ed è possibile anche essere ospitati.
Il libro è corredato anche da un nastro rosso per farsi riconoscere come camminatori pellegrini, e da una tessera del buon cammino, da far timbrare nei posti tappa.


 

Giuliano Santoro – “Su due piedi. Camminando per un mese attraverso la Calabria”, Rubbettino 2012
Non conosco Giuliano Santoro, ma mi sento in sintonia con lui. Ci siamo scritti qualche volta via mail, e ci unisce il forte legame con Wu Ming 2: la prefazione del suo libro è il seguito delle riflessioni che Wu Ming 2 ha iniziato nella prefazione al mio libro “L’arte del camminare”. E poi mi piace che Santoro abbia pubblicato il suo libro “Su due piedi” per il piccolo editore calabrese Rubbettino, di cui ho avuto già occasione di elogiare la bella collana “Viaggio in Calabria”.
Giuliano Santoro aveva promesso a se stesso che nel raccontare i trenta giorni di cammino attraverso la Calabria avrebbe evitato le scorciatoie degli stereotipi: “Non parlerò di tarantelle, rinogaetanismi, briganti, soppressate”. Scelta coraggiosa.
Ecco allora che Santoro ci parla di paesi abbandonati e poi ricostruiti a pochi chilometri, come Cavallerizzo, sgomberato per frana e ricostruito dalla protezione civile dell’era Bertolaso; ci parla dei bidoni tossici affondati al largo di Cetraro, di licenze edilizie, cementificazione, ‘ndrangheta, e politica…
Santoro non è un camminatore per passione, è piuttosto un flaneur metropolitano, si paragona a John Belushi in “Chiamami aquila”, storia di un giornalista che si ritrova suo malgrado a camminare sui monti. Dunque evita accuratamente i sentieri privilegiando l’asfalto. E sui luoghi conosciuti da noi camminatori amanti di queste terre ci arriva dal basso, mentre noi siamo usi arrivare negli stessi luoghi (paesi come Campotenese, Morano o Civita) dalla montagna.
“Su due piedi” è diario di viaggio, inchiesta, studio di sociologia. Mai ricerca sulla wilderness, piuttosto ricerca di una periferia senza fine, cemento e migranti, che collega ormai i paesi e le città.
Quando una giovane scrittrice dice a Santoro che vede qualcosa di spirituale nel suo camminare, il nostro si stupisce: “Anche se mi dichiaro materialista e considero che muoversi a piedi sia un modo per far interagire corpo e mente con il paesaggio sociale, la prendo sul serio”.
Ma poi si concentra sugli aspetti politici del viaggio, la ‘ndrangheta e la situazione sociale calabrese, con l’ambizione di raccontare la Calabria sia ai non calabresi sia a chi in quella regione ci è nato. E credo ci sia riuscito.


 

Colin Thubron – “Verso la montagna sacra”, Ponte alle Grazie 2011
La miglior presentazione l’ha scritta Tiziano Terzani: “Il solo modo per riscoprire la magia del viaggio è smettere di fare i turisti-consumatori e tornare a essere pellegrini. Colin Thubron è un maestro di questa via”.
E infatti il libro di cui parliamo è un pellegrinaggio laico, circa quindici giorni di cammino per arrivare al monte sacro del Kailash.
Viaggio nella povertà dei villaggi di frontiera tra Nepal, Tibet e India, viaggio nel buddhismo, e nei suoi riti; viaggio nel dolore di un uomo non più giovane che ha appena perso l’anziana madre; viaggio personale e interiore, sulle orme di un cammino millenario percorso da moltitudini di pellegrini, verso il sacro monte Kailash. La camminata di Thubron è difficile, fino al passo di Tara, a 5600 metri, dove molti pellegrini non preparati giungono stremati, tornano indietro e alcuni muoiono.
La camminata rituale intorno al Kailash è uno dei pellegrinaggi più sacri al mondo, sono quattro le religioni che percorrono il kora o parikrama, il cammino rituale, e nessuno è mai salito in vetta, quella vetta non si può violare.
Thubron ci racconta la vita dei contadini di questi villaggi isolati e la vita di monaci rinchiusi in monasteri, tra spiritualità, superstizione e passione televisiva per le partite di calcio…
Narrativa di viaggio purissima di uno scrittore tra i più apprezzati nel Regno Unito.


 

Eleonora Saggioro – “50 ricette 50 rifugi”, Edizioni Il Lupo 2012
Questa volta recensiamo un libro di cucina. “50 ricette 50 rifugi” è proprio come dice il titolo: Eleonora Saggioro gestisce da tanti anni il Rifugio Sebastiani sotto il Velino, e ha avuto un’idea, mentre aspettava che l’acqua bollisse, e in quota si sa l’acqua non bolle mai… mettere in rete i gestori dei rifugi di tutta Italia, e fare raccontare a ognuno di loro la loro ricetta tipica preferita, la ricetta che rende speciale quel rifugio. Il risultato eccolo qua: 50 rifugi hanno aderito, il libro contiene 50 ricette, la presentazione dei rifugi, la foto dei gestori, la foto della ricetta. Possiamo così provare a casa nostra una cena come se facessimo una escursione un po’ speciale, a volo tra un rifugio e l’altro della penisola: io inizierei con una zuppa di ceci e castagne andando a trovare Luca Mazzoleni al Rifugio Franchetti sul Gran Sasso; come primo mi cucino una ricetta semplice e povera, immaginandomi un volo in Sardegna: il Pane Frattau così come lo cucinano al Monte Maccione, il rifugio sopra Oliena, in Sardegna; poi assaggerei una “polenta della capanna” del Rifugio Castiglioni all’Alpe Devero; anzi no, vorrei proprio provare una delle due diverse ricette di Frico friulano, quella del Rifugio Pordenone o quella del Rifugio Grauzaria? sono indeciso… continuo facendo un salto al Rifugio Re Alberto I, che in Alto Adige si chiama anche Gartlhuette, sotto il Catinaccio, dove voglio proprio assaggiare il Kaiserschmarren, che non ho mai capito se è un piatto che corrisponde al nostro secondo o al nostro dolce, con quel contorno di mirtilli rossi… per finire non ho dubbi, sia per la presentazione che per l’alto tasso cioccolatoso, volo al Rifugio Taramelli, in Marmolada, a conoscere Nicola Albertini e assaggiare la sua “Torta buffa”!
Certo, dopo un menù così, mi sento un po’ pesante…
Tra le ricette c’è anche la Polenta di castagne del Rifugio Casanova di Stia, nelle foreste Casentinesi, cucinata dal gestore, Stefano Beci.
Due piccole annotazioni: avrei preferito l’ordine geografico delle ricette in base alla collocazione dei rifugi, e non l’ordine alfabetico; e avrei gradito un marchietto per capire quali sono le ricette vegetariane, sperando che nei rifugi ci sia sempre più sensibilità per questa scelta alimentare.


 

Cormac Cullinan – “I diritti della natura”, Piano B 2012
Pochi giorni fa sono stato in un campeggio sulla costa adriatica. Di notte sono passati a “disinfestare”, per due ore ci hanno tenuti svegli passando a spruzzare un veleno per insetti, invitando tutti a stare chiusi nelle tende, a togliere i panni stesi e a tenere in tenda anche i cani. Alla mattina per terra c’erano agonizzanti bombi, cicale, e altri insetti. Quelle belle cicale che il giorno prima frinivano allegre dando al campeggio un’aura bucolica.
Che diritto abbiamo noi umani di decidere che gli insetti in una pineta vicino al mare sono da sterminare? Che diritto hanno gli insetti di sopravvivere?
Il libro di Cormac CullinanI diritti della natura” si interroga anche su questo.
È un libro di grande valore, su cui riflettere, un libro anche difficile e tecnico, da esperti di giurisprudenza, ma un libro che non dovrebbe mancare nella biblioteca di chi ama nostra madre terra.
Il libro inizia con una rassegna del passato. Cullinan lo chiama “mito dell’indipendenza”, quello della scienza di Galileo, Bacone, Cartesio e Newton, secondo la quale l’uomo e la natura sono due cose distinte. Questi pensatori, secondo Cullinan, hanno dato origine al pensiero strumentale verso la natura. Non loro direttamente, il cui pensiero era controcorrente nella loro epoca, ma i quattro secoli successivi, in cui il pensiero vulgato ritiene che si sia ancora al dualismo cartesiano e alla natura come macchina al servizio dell’uomo. Ma nel frattempo c’è stata una rivoluzione nel pensiero scientifico, di cui non si tiene conto. C’è stato Werner Heisenberg, il fisico del “principio di indeterminazione” che dimostra che l’uomo fa parte del sistema universale. La fisica quantistica insomma dimostra quello che i buddhisti sostengono da sempre, cioè che noi inter-siamo, cioè siamo parte di un grande tutto.
Da qui parte il ragionamento di Cullinan, per cercare di studiare le leggi di natura, la governance della Terra, spostando l’attenzione sulla giurisprudenza e sui diritti, di cui è competente (è un avvocato). Cullinan si chiede se un fiume abbia il diritto di scorrere. Si, è nella natura delle cose. E quindi è un suo diritto. Per cui è una violazione del diritto di natura, della “wild law”, imbrigliare un fiume, deviarne il corso, evitare che straripi come naturalmente è portato a fare. Il modo di pensare comune è ben lontano da questo, siamo ancora allo sfruttamento della natura per i nostri fini ed interessi personali.
Ecco cosa scrive la grande Vandana Shiva di questo libro: “La sopravvivenza della nostra specie e la salute della Madre Terra dipendono dalla nostra capacità di trasformare i sistemi di governo. Questo libro sarà una pietra miliare in questo percorso”. Perché è ora di introiettare dentro di noi la premessa su cui si basa il ragionamento di Cullinan: noi esseri umani siamo parte integrante e inseparabile del sistema Terra.
La traduzione di “Wild Law” in italiano è di Davide Sapienza, il nostro amico scrittore che si sta dedicando con passione a queste tematiche, ha anche aperto un sito sui diritti della natura;  il libro è pubblicato da una piccola coraggiosa casa editrice di Prato, Piano B.


 

Émeric Fisset – “L’ebbrezza del camminare”, Ediciclo 2012
Ediciclo continua a pubblicare i testi francesi della Transboréal nella collana “Piccola filosofia di viaggio”, giunta al sesto titolo. Il sottotitolo di “L’ebbrezza del camminare”, libretto di 90 pagine, è “Piccolo manifesto in favore del viaggio a piedi”. E sebbene la scrittura sia un po’ discontinua, nello stile di questa collana, gli spunti per noi camminatori sono tanti e interessanti. L’autore distingue tra i momenti di felicità fugaci del camminatore occasionale e l’ebbrezza del camminare del viaggiatore a piedi. Perché viaggiare a piedi significa abbandonarsi allo spazio e al tempo. Accettando quello che la natura ci offre, il sole e le intemperie, il caldo e il freddo, l’eccesso e l’austerità, l’esaltazione e lo scoraggiamento.
Il camminare poi permette non solo di osservare meglio la natura, ma anche di capire meglio gli uomini. E per far questo l’autore propone che almeno una volta nella vita si sperimenti un viaggio a piedi in cui avventurarsi senza biglietto di ritorno, senza una data di rientro. Per aprirsi all’ignoto, sfuggire la routine e vivere l’imprevisto.
Fosset poi riflette su comportamenti di alcuni camminatori con cui lui è in disaccordo: raccontare subito le proprie tappe e gli incontri attraverso un blog, o la radio, o via cellulare, per lui è mantenere il legame con ciò che si lascia, oltre che sviare, distrarre dal proprio viaggiare; altro errore, secondo Fosset, è ricalcare i passi di un viaggiatore famoso antico, secondo lui per paura dell’ignoto o per mancanza di immaginazione; infine per Fosset è ingannevole addurre motivi umanitari, ecologici, culturali o scientifici per giustificare il proprio viaggio a piedi: il vero senso del viaggio a piedi sta nello sforzo personale, egoistico, che consiste di mettersi in armonia con il mondo – la natura e gli uomini.
“L’uomo che viaggia a piedi nella natura incontaminata non è mai solo con la propria solitudine” scrive Fosset citando Georges Moustaki.

Concludo con un dubbio: noi italiani siamo come al solito esterofili, ma siamo poi veramente sicuri che i francesi siano più avanti di noi sulla tematica del camminare? Sebbene pratichino da più tempo, credo che in Italia in questo momento il movimento del camminare stia facendo passi da gigante, per cui lo spirito del camminare come momento di presenza mentale, di consapevolezza, di ricerca interiore, di lavoro su di sé in Francia non sembra ancora arrivato, e dal testo di Fosset se ne ha la conferma.


 

Vincenzo Moscati, Milena Romano – “La grande traversata della Toscana a piedi”, Terre di Mezzo 2012
“Pellegrinaggi in Toscana”, a cura di Rodolfo Malquori – Libreria Editrice Fiorentina 2012
In Toscana si sta dedicando tanta energia alla valorizzazione dei cammini, dei pellegrinaggi e della viandanza. Ne è prova l’investimento fatto dalla Regione (insieme al Comune di Monteriggioni) nel Festival della Viandanza, ne sono prova i tanti cammini che stanno nascendo, e i libri pubblicati di recente. Ve ne vogliamo segnalare due. Il primo è una guida pubblicata da Terre di Mezzo, e questo è garanzia di un lavoro svolto con attenzione e qualità. Vincenzo Moscati e Milena Romano hanno creato un nuovo cammino, un itinerario di 700 chilometri, da percorrere in 31 giorni (rifacendosi alla durata del Cammino di Santiago), ma lo stesso cammino è percorribile anche a segmenti. È la “grande traversata della Toscana a piedi”, che da Pisa porta a Firenze, Arezzo, Siena, per concludersi sull’isola d’Elba. Tappe di circa 20 km, ma con punte di 30-32 km. Il cammino per ora non è segnato, ma il libro è corredato da mappe e descrizione, oltre all’indicazione dei possibili posti tappa. l libro ovviamente è ricco di spunti per approfondimenti.
Se vi mettete in cammino per questo o altri sentieri della Toscana, vi potrebbe essere utile la guida dei santuari meta di culto e pellegrinaggio di questa regione. Scritta da Rodolfo Malquori e pubblicata dalla Libreria Editrice Fiorentina, la guida censisce cento santuari, di ognuno viene ricostruita la tradizione culturale e locale legata alla sua presenza sul territorio, rievocando festività e periodi dell’anno di maggior afflusso di pellegrini. Poi ci sono le mappe per localizzarli e vengono proposti consigli pratici su come raggiungerli e su dove soggiornare in loco, fornendo i contatti delle principali strutture di ricezione.


 

Paolo Rumiz – “A piedi”, Feltrinelli, 2012
Paolo Rumiz ha avuto tante belle idee. La prima, camminare da Trieste tutta la penisola dell’Istria fino al suo punto più a Sud. La seconda scrivere un diario di viaggio e pubblicarlo pensando ai più giovani, ai ragazzi, che possono trovare una idea da seguire. Ma il suo diario di cammino è rivolto anche agli adulti, non vi tragga in inganno il fatto che è pubblicato nella collana Feltrinelli Kids.
La terza idea geniale di Rumiz è di aver tratto da questo libro un reading, uno spettacolo in cui lui recita parti del libro accompagnato da un gruppo musicale triestino (con Alfredo Lacosegliaz e altri quattro musicisti), la cui prima assoluta sarà proprio al Festival della Viandanza a Monteriggioni, la sera di sabato 16 giugno. Un evento da non perdere.
La quarta idea ce la mettiamo noi: il prossimo anno il nostro triestino doc, la guida dei Cammini Luigi Nacci, accompagnerà un viaggio a piedi in Istria, e Nacci è la persona più adatta per portarvi dentro lo spirito dei luoghi. Come ha saputo fare Rumiz, che sempre di più sta interpretando la nostra filosofia del camminare, valorizza gli incontri lungo il cammino, e il valore terapeutico dell’andare.
Eccone un esempio:
“Sono passati solo quattro giorni e il mio corpo funziona già a meraviglia. Cantare e mangiare in allegria fa bene, mette in pace con se stessi. È parte integrante del viaggio. Chi si sposta con mezzi lenti, chi batte la strada con umiltà, fa molti più incontri di un automobilista frettoloso o un frequentatore di aeroporti. Quegli incontri generano automaticamente dialogo, scambio di cibo, buon vino, racconto, canzoni. È quello che si chiama “convivio”, il massimo dello scambio fra gli uomini. Anche questo vorrebbero toglierci, i padroni dell’economia, per fare di noi dei consumatori obbedienti, silenziosi e solitari. La musichetta nei supermercati e negli alberghi serve esattamente a questo: farci tacere. Esiste un solo antidoto a una simile malattia: la rivoluzione dell’andare”.
Un bel libretto, da leggere, conservare e – perchè no – regalare ad amici.


 

AaVv – “Cammina cammina”, Effigie edizioni, 2012
Un cammino collettivo come quello che l’anno scorso ha animato l’estate, il Cammina Cammina ideato dallo scrittore Antonio Moresco, non poteva che essere raccontato da più voci. Ecco dunque che esce il libro con i racconti, i frammenti, i diari di viaggio di quattordici camminatori.
Che raccontano di come una camminata da Milano a Napoli nata nella mente di uno scrittore, con lo scopo di ricucire l’Italia nell’anno delle celebrazioni dell’Unità, camminata nata da chi di cammini non aveva per nulla esperienza, si sia trasformata in primo luogo in un evento culturale e sociale, consentendo a tante belle persone di conoscersi tra loro, scambiare opinioni, pensare che insieme si può fare grandi o piccoli passi; e diventata infine anche evento mediatico.
Tra i diari di viaggio più significativi segnaliamo quelli di Tiziano Colombi, Maria Pace Ottieri, Andrea Amerio, Tiziano Scarpa e Serena Gaudino.
Ora gli stessi protagonisti sono in cammino verso L’Aquila, quest’anno la camminata (lo sapete tutti, ne abbiamo già parlato più volte) si chiama “Stella d’Italia” e il 5 luglio i diversi bracci si riuniranno all’Aquila. Per chi vuole camminare anche solo un paio di giorni con loro, guardate qui.
Al Festival della Viandanza di Monteriggioni la tribù di Cammina Cammina era rappresentata da Tiziano Colombi e da Andrea Amerio, due giovani scrittori gentili e sorridenti.
Tiziano Colombi mi ha fatto leggere anche un suo altro libro, uscito nella stessa collana (“i Fiammiferi”) per Effigie, si intitola “Santi patroni padani”, e vi consiglio anche questo librino, perché Colombi scrive bene, sintetico come un London o un Carver, dipinge con poche parole ben scelte dieci storie di santi del primo cristianesimo, ora patroni di città come Padova, Brescia, Bergamo o Verona, ma che venivano dall’Africa, spesso avevano la pelle scura, e oggi sarebbero trattati in quei luoghi padani come clandestini o venditori di strada. Nei dieci racconti di Colombi le storie dei santi si intrecciano con storie di immigrati di oggi. Un libro poetico e politico insieme, dove la metafora si fa pugnale. (Tiziano Colombi – “Santi patroni pagani”, Effigie edizioni, 2011 )


 

Arthur J. Strutt – “Un viaggio a piedi in Calabria”, Rubbettino, 2011
Justus Tommasini – “Passeggiata per la Calabria”, Rubbettino, 2009
In Calabria c’è un editore che lavora molto bene: Rubbettino. Si occupa di attualità, storia, economia e politica, e si occupa di cose calabresi. Tra le loro collane ce n’è una sui viaggi in Calabria di antichi viaggiatori. Si chiama “Viaggio in Calabria” e tra i titoli ne troviamo alcuni molto interessanti di chi viaggiò a piedi lungo questa regione.
Arthur John Strutt era un giovane inglese di 20 anni, e i genitori lo accompagnarono a Roma nel 1838 per quella che era un’avventura stravagante, da Roma alla Sicilia a piedi insieme a un amico. Della parte in Calabria e Sicilia Strutt pubblicò il diario, che ebbe un notevole successo a quel tempo, “A pedestrian tour in Calabria and Sicily”. Rubbettino pubblica solo la parte calabrese del diario.
Strutt era disegnatore, amava disegnare le donne in costume tradizionale. La Calabria lo affascinava moltissimo, e sebbene in questa regione venga derubato e malmenato, l’avventura si rivela alla fine positiva perché viene salvato da un nobiluomo del luogo che lo ospita per una settimana, fa arrestare gli abitanti del villaggio di Caraffa che lo avevano derubato, e alla fine recuperano tutta la refurtiva, compreso il quaderno dei suoi disegni, per lui la cosa più preziosa.
Strutt è dotato di giovanile apertura di cuore, sempre ben disposto verso il prossimo, mai sospettoso o critico. Ecco che quindi la Calabria appare una regione ospitale, colta e gentile.

Justus Tommasini, invece, è molto più antipatico di Strutt. Il suo atteggiamento è razzista verso i calabresi. Perché allora avrà deciso di camminare nel 1825 da Napoli a Reggio Calabria e poi tornar su fino a Taranto? Perché il tedesco Tommasini è uno dei primi Turisti della storia. Va in un luogo che considera selvaggio, pieno di pericoli (tutti questi banditi però non li vede!), cerca l’avventura e l’esotismo. A Reggio Calabria scrive: “Il tratto di costa da qui a Taranto deve essere, a quanto dicono, piuttosto difficile e inospitale, anche se non dispongo di dati più precisi. Una volta che avrò messo piede a Taranto mi troverò in un paese più civile…” e poco più avanti: “Le donne che nell’interno della Calabria guardavo come le può guardare un frate trappista, con orrore, sono ora piuttosto carine e ti verrebbe voglia di approfondirne la conoscenza: insomma ti senti rinascere!”
Fino a stupirsi: “L’uomo solleva il bambino più piccolo da terra, e, stringendoselo al petto, lo bacia con un affetto e un’intensità che non mi sarei aspettato in gente di solito così poco sensibile”.
Ecco fatto, il giudizio razzista. Il diario di Tommasini è interessante per la descrizione dei paesaggi ancora non deturpati dal cemento, ma ancor di più perché ci costringe a una riflessione sul Turista: siamo sicuri di essere poi molto diversi da lui quando andiamo a visitare l’Afghanistan o il Congo? In fondo Tommasini è un ragazzo di 200 anni fa, una brava persona, viaggi a piedi da solo per mesi, semplicemente è influenzato dai luoghi comuni dell’epoca.
La collana di Rubbettino è dunque molto interessante, a partire dal prezzo, solo 7,90 euro a libro, che non guasta.


 

V. Paticchia, M. Boglione – “Sulle tracce della linea gotica”, Fusta Editore 2011
Nel 2009 Enrico Brizzi ha camminato sulla Linea Gotica in 10 giorni di cammino. Il suo libro su questo viaggio ancora non è uscito. È invece uscito il libro di Vito Paticchia e Marco Boglione, “Sulle tracce dela Linea Gotica”. Dal Tirreno all’Adriatico in 18 tappe. Dal libro apprendiamo che in realtà la “linea” gotica non era solo una, ma due, una è definita “invernale”, e che non era proprio una linea ma una fascia di territorio complessa.
Nella parte storica introduttiva si fa una classificazione dei bunker (Regelbau) in modo da poterne riconoscere i resti lungo il cammino. Si parla anche di difesa elastica e di tecniche difensive tedesche attuate dal comandate delle forze tedesche in Italia, Kesserling.
Studiata la ricostruzione storica introduttiva, si può partire, a piedi dal Cinquale, vicino a Massa, e camminare sullo spartiacque tosco-emiliano e poi giù fino a Imola, per risalire a Nord fino alle Valli di Comacchio, dopo Ravenna. Ogni tappa è introdotta da una scheda storica, fotografie d’archivio e foto di oggi, una mappa molto dettagliata e leggibile, e una descrizione che oltre al percorso fa notare tutti i monumenti, i cippi, le postazioni, le trincee, ma anche i bed and breakfast e gli alberghi per la notte.
Il libro è molto curato, sia la parte escursionistica sia la parte storica. Un plauso agli autori, e un invito ai camminatori: cammini come questo, dedicati alla memoria, andrebbero percorsi, ogni tanto, per ricordarci la vita dei nostri nonni, e una storia terribile che non vorremmo vedere più.
Cammini come questo, pellegrinaggi laici nella memoria d’Italia, riflessione e monito contro tutte le guerre, sono infatti importantissimi.


 

Giuliano Mari, “1.400.000 passi sulla Via Francigena”, Emmebi Editore, 16 euro
Ogni volta che mi appresto a leggere un diario di viaggio di un cammino come Santiago e la Francigena sono preoccupato. Ne ho letti e recensiti tanti, in questi anni. La mia preoccupazione è: troverò qualcosa di interessante, o saranno cose già lette?
Prendiamo il caso del libro di cui sto per parlare: il titolo non invoglia, la copertina neanche, le motivazioni dell’autore a mettersi in cammino non sono certo devozionali: “Io ho deciso di camminare sulla via Francigena per due semplici motivi: amo camminare e amo la mia terra”.
Ma poi la magia del cammino rende interessanti, almeno per noi camminatori, tutti i diari di viaggio. In ognuno ritrovo lo spirito del cammino, i gesti che i camminatori conoscono bene, situazioni su cui riflettere.
Anche questo diario di Giuliano Mari è così. Mari evolve in cammino,m come succede a tutti. Il numero dei passi, dei chilometri e del cibo perdono pian piano di importanza, e viene fuori l’interiore.
Alla fine, ecco le riflessioni dell’autore che racchiudono il successo del suo viaggio: “Il cammino è forte, più forte di te e di qualsiasi uomo. Se si affronta con la forza non si hanno speranze di arrivare alla meta, il sogno finisce miseramente da qualche parte sulla strada ed è inutile cercare all’esterno alibi per il fallimento. Il cammino deve essere percorso con gli stessi tempi antichi di chi lo percorreva mille anni fa.  Deve essere inteso non come il mezzo per arrivare, ma il fine stesso dell’azione. In questo modo, mentre noi andiamo sulla strada, il cammino entra in noi e diventa un amico fedele, un compagno di viaggio affidabile. La sua forza diventa la nostra forza, e allora più si cammina e meglio si sta”.


 

Anne-Laure Boch – “L’euforia delle cime”, Ediciclo, 2011 – 8,50 euro
Interessante questo libretto tradotto dal francese di Anne-Laure Boch. Che è medico, dottore in filosofia e appassionata di alpinismo. Alpinista di medio livello, ma molto consapevole dei meccanismi che l’alpinismo scatena. La Boch descrive cosa anima l’alpinista, perché lo fa, come lo fa.
Leggiamo insieme le prime righe: “Le grandi scalate in montagna cominciano di notte. La sveglia suona sempre troppo presto, troppo presto. Ci si era appena addormentati, a dispetto della scomodità della cuccetta troppo stretta, della coperta ruvida e del fastidioso russare degli altri…” e dalla descrizione di una scalata invernale si passa alle domande fondamentali a cui il libretto cerca di dare una spiegazione: Perché arrivare fino in cima quando ci si può accontentare del valico? Perché salire lentamente con le pelli di foca quando ci sono funivie che portano direttamente a destinazione? Perché arrampicarsi a mani nude quando esistono le vie ferrate? Perché sfidare la parete nord quando la via normale porta facilmente alla meta? Perché affrontare il pericolo, il freddo, il disagio, la fatica, il dolore, quando sentieri ben segnalati permettono di scoprire la montagna in tutta tranquillità?
La Boch riflette su questo, da alpinista dilettante, che non cerca l’exploit assoluto, ma segue la sua passione, che non ama farlo seguendo una guida ma rischiando di suo.
Ogni alpinista o aspirante tale dovrebbe leggere questo libricino, che non crea dicotomia e lontananza con il camminare, anzi, molte motivazioni sono simili a quelle dei camminatori.
Perché l’alpinismo non è uno sport, all’alpinismo serve una natura incontaminata per poter vivere l’emozione, troppi oggi cercano di ridurre l’alpinismo a sport e a gesto sportivo. Concetti come la capacità di prendere le decisioni, o l’impegno necessario per una salita, sono argomenti di grande interesse in questo libro.


 

Marco Fazion – Il Cammino degli angeli: da Roma ad Assisi”, Monte Meru, 2010 – 18 euro
Vi segnaliamo questa guida al Cammino degli Angeli, un percorso che da Roma porta ad Assisi in circa dieci giorni. Ideatore, realizzatore del cammino e autore della guida è Marco Fazion, guida escursionistica, che si è dedicato negli ultimi anni alla nascita di questo progetto.
La guida è proprio completa, c’è tutto quello che serve per partire: le informazioni tecniche e i consigli su abbigliamento e attrezzatura, fin troppo dettagliate; la descrizione delle tappe con i riferimenti a dove mangiare e dormire; la cartografia in scala 1:50.000; schede storico-artistiche sulle emergenze più interessanti toccate dal sentiero; e la credenziale del pellegrino, con lo spazio per i timbri e le istruzioni per avere l’”angelana”, inviata dall’associazione creata da Fazion.
Insomma, come dice Fazion questo cammino non raggiungerà mai i numeri del cammino di Santiago e non ci tiene neanche, però è una bella opportunità per tante persone che vogliono partire per un cammino vicino a casa, e non sono molto esperte, con questa guida lo possono fare.
Fazion è molto previdente, consiglia un’attrezzatura molto completa, dispensa consigli per evitare rischi e pericoli con molta dovizia, e lui stesso dice di essere stato accusato in passato di eccesso di allarmismo. In effetti il rischio c’è, un pellegrino deve partire con lo zaino leggero e i pensieri leggeri, con la predisposizione d’animo di andare incontro al bello e non al brutto. In ogni caso Marco Fazion è in Italia un grande esperto della prevenzione dei pericoli nell’accompagnamento escursionistico, è da poco uscita la seconda edizione riveduta e aggiornata del suo libro “Prima che venga il lupo” rivolto alle guide professioniste.

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